
Elliott Murphy Strings of the storm
2003 - DUSTY ROSES RECORDS
Trasferitosi in Francia, questo signor cantautore sta vivendo una rinascita artistica che passo dopo passo lo ha rimesso sulla scena e spesso anche sulla strada. Merito dell’Europa e della costante collaborazione con Olivier Durand, comunque Sir Murphy si può oggi permettere un disco doppio con tanto di copertina differenziata a seconda dei paesi in cui viene pubblicato.
Come ogni album di questo autore, anche “Strings of the storm” si compone di una canzone d’autore rock raffinata e cosciente, in cui si fondono introspezione e narrativa: d’altronde Murphy vanta anche qualche pubblicazione e qualche illustre prestazione come critico.
“Strings of the storm” è un ottimo album. Avrebbe potuto essere un grande album, se non avesse ceduto alla tentazione di qualche canzone e di una penna troppo buona: una selezione più severa avrebbe certamente giovato, aumentando la tensione dell’insieme e eliminando una certa lunghezza.
Le due cover, “Birds” di Neil Young e il traditional “The Banks of the Ohio”, sono dei perfetti esercizi di stile, che non portano nulla di nuovo. Lo stesso vale per “Big sky” o per la bonus-track, “Ground zero”, dove però è lo sguardo dell’autore ad offrire lo spunto maggiore.
Ciò non toglie nulla alla classe, alla qualità e all’ispirazione che pervade il disco. L’elettricità affilata di “Green river” e di “La Belle Sans Merci” compensa qualunque (piacevole) lungaggine. Così come la canzone d’autore, di cui sono imbevute “Le future” e “Temple bar”, porta spirito ed eleganze europee. Il suono è definito dalla fisarmonica di Kenny Margolis, dal piano di Thomas Schaettel e soprattutto dalle chitarre di Olivier Durand, capace di intrecciare il roots con qualche variazione flamenca, con una baritone guitar e con tocchi notturni. Murphy gestice i pezzi con una padronanza consumata, infila anche qualche tocco di mellotron e di moog (“The poet and the priest”, “Look Around You”) per dare maggiore effetto ad uno spessore intenso ed oscuro. La sua voce è carica di soul: questo gli permette di sollevare il country bluegrass di “O Catarina” e di far lievitare anche pezzi più nella norma come “Mick´s dream” o “Everybody Got Lucky”. A brillare sono soprattutto le ballate, illuminate da una luce notturna di rara finezza: in mezzo a tanto baluginare si riconoscono le ombre fugaci di Picasso, di Fellini, di Tom Waits, di Andre Breton e di Jay Gatsby.
“Strings of the storm” è un disco intelligente in cui si sposano coscienza, cultura e musica. “Ho tre anelli alle mie dita / passato, presente e destino”, canta un Elliott Murphy, che può ora guardare al tempo, senza bisogno di doverlo rincorrere.