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Elliott Murphy Prodigal Son
2017 - Route 61 Music / BTF
#Elliott Murphy#Rock Internazionale#Songwriting #Melissa Cox #Léo Cotten
Prodigal Son e i suoi nuovissimi brani autografi appagano pienamente l’aspettativa che inevitabilmente si crea intorno ad ogni uscita di Murphy, fotografandolo in stato di grazia, ispirato, appassionato e romantico come non mai. Il suo stile classico da consumato balladeer, il suo modo di scrivere, l’impianto su cui costruisce le sue canzoni sono ormai un marchio di fabbrica unico e riconoscibile, qui si aggiungono un grande suono e pregevoli arrangiamenti che amplificano con apparente facilità le sue doti di narratore in musica. Ciò che mi ha colpito e che fa la differenza è la produzione molto attenta (nelle mani del figlio Gaspard), la cura dei suoni, l’amore e il rispetto per un modo di registrare che evidenzia anche i dettagli minimi di una strumentazione ricca e variegata. Negli ultimi lavori il baricentro era fin troppo sbilanciato verso le chitarre acustiche, a tratti invadenti e monotone nel ricalcare le esibizioni dal vivo, ora invece Gaspard sposta l’attenzione su tutti gli strumenti e dà respiro alla band. Vi sono alcune novità interessanti quali il pianoforte di Léo Cotten, il violino di Melissa Cox e soprattutto l’introduzione di un coro gospel ad ampliare la paletta di colori a disposizione di Murphy. Il funambolico e fidato Olivier Durand, da anni spalla di Elliott, si può ora dedicare ad interventi meno invasivi alla chitarra e prestare più attenzione all’insieme senza dover occupare da solo tutta la scena. Il sound guadagna così in spessore e diventa magniloquente quando il coro si esprime in tutta la sua potenza sonora.
Che il figliol prodigo abbia finalmente ritrovato la strada che porta ai fasti del passato? Ascoltare per credere! L’iniziale Chelsea Boots, 7” uscito in edizione limitata per il Record Store Day, sgombera il campo da ogni dubbio non appena scoccano gli accordi iniziali che introducono una ben orchestrata ballata mid-tempo, seguita a ruota da Alone In My Chair movimentata il giusto per far battere il tempo con un ritornello semplice ma di sicura presa. Hey Little Sister, una ballad lenta con la voce calda e profonda di Murphy in primo piano, accompagnata dal violino della Cox e dalla steel di Durand, tocca con dolcezza le giuste corde emotive, mentre vibrante di poesia è la pianistica Let Me In, di toccante intensità, arricchita in chiusura dall’intervento del coro. Cambia registro la title track The Prodigal Son, melodia ricercata e arrangiamento incalzante, coronata da un’esplosione di gioia irresistibile. La struggente Karen Where Are You Going riporta tutto a casa, a quell’inconfondibile aura romantica e bohémien di cui Murphy è maestro, qui evocata da poche note di Wurlitzer ed armonica in una progressione accentuata dai tocchi precisi della chitarra di Durand. Si prosegue con la calda infusione soul di Wit’s End, tinta di black dalle voci femminili, magnificente e sontuosa nel finale, e la ritmata You’ll Come Back To Me. Resta solo da dire dell’energica vitalità di Absalom, Davy & Jackie O, dodici minuti tondi tondi che sanciscono il brano più lungo mai firmato da Murphy, un fiume in piena di musica e parole con tutto il gruppo trascinato a briglie sciolte da pianoforte e violino nell’enfasi corale che chiosa l’album giocando la sua carta migliore.
Attribuiamo quindi il giusto peso a Prodigal Son, disco degno di essere collocato accanto ad Aquashow e Just a story from America senza sfigurare. È la svolta che attendevamo: Elliott Murphy ha finalmente cambiato marcia con la grinta e l’esperienza che gli competono, aiutato certamente dal figlio Gaspard cui va riconosciuto il merito di averlo saputo dirigere con competenza. Da ultimo va fatta una menzione particolare alla Route 61 di Ermanno Labianca, giornalista e discografico dal palato fine, etichetta che si segnala per la cura e l’attenzione dedicata ad ogni sua pubblicazione, piccoli grandi atti d’amore nei confronti di musica certamente lontana dalla moda corrente, che proprio per questo va salvaguardata come baluardo alla mediocrità imperante.