Charlie Musselwhite Sanctuary
2004 - REAL WORLD
“Sanctuary” di Charlie Musselwhite è un esempio perfetto per intuire che cosa distingua un album di vero blues: la tecnica, la qualità delle canzoni, la voce, ma più che altro il passo e lo spirito. Soprattutto queste ultime sono doti che si acquisiscono con anni di musica e di dedizione: il passo non è solo una questione ritmica, ma una personalità del suono che rende l’interpretazione coerente con la tradizione e allo stesso tempo originale. Sua causa ed effetto è lo spirito, percepibile nell’intensità che trapela dall’insieme e da ogni singolo dettaglio.
Queste componenti sono estremamente concrete in “Sanctuary” e lo rendono uno dei migliori dischi di blues bianco di questo 2004: a confronto con l’ultima fatica di J.J. Cale (e non solo), rivelano una ricchezza stilistica ed un’emotività rare.
Il fatto che esca per la Real World e che in un paio di tracce ospiti la presenza di Ben Harper sono particolari importanti, che attireranno l’attenzione di qualche ascoltatore, ma non determinanti. Non è nemmeno solo l’armonica a spuntare dal disco e questa è da considerare una conferma ultima, più che un paradosso, per un musicista come Musselwhite, che tanto per dire ha prestato lo strumento anche a Tom Waits, uno che in fatto di personalità se ne intende.
Il maggior pregio di “Sanctuary” sta nell’integrità rispetto al genere, il blues, e rispetto al suo stesso corpo: Musselwhite ha costruito un disco tutto d’un pezzo, facendo combaciare ogni tassello con una pazienza quasi religiosa.
L’impressione è che ci sia voluta una vita per raggiungere una tale essenzialità: si respirano il senso di quella strada e di quella polvere che hanno costituito il passato del blues, la sofferenza di una voce (canto e armonica) che non ammette concessioni e l’immortalità di un suono che è storia. Musselwhite si è avvalso di una formazione stringata, composta da musicisti concisi (Jared Michael Nickerson al basso, Michael Jerome alla batteria e alle chitarre quel Charlie Sexton cresciuto alla scuola di Dylan). Da qui ha cominciato ad aggiungere e togliere a seconda dei casi con una severità che ha messo in risalto la profondità del suo soffio, voce caratterizzante in ogni brano: la slide di Ben Harper, tornata ai livelli che gli competono, in “Homeless child”, ma anche nella title-track, e i Blind Boys of Alabama, presenze mai invadenti, scelte oculate, a tema, giuste per approfondire.
“Sanctuary” è un disco che calibra peso e leggerezza, luce ed oscurità: ogni tocco è misurato, nei brividi strumentali di “Alicia” e di “Route 19”, nel chitarrismo di “Shootin’ for the moon” (Sobnny Landreth), nell’allungarsi delle ombre in “Burn down the cornfield” (Randy Newman), in “Snake song” (Townes Van Zandt) e in “The neighborhood” (Los Lobos).
È un rifugio per chi segue il blues come una fede ed un invito alla conversione per quanti invece conducono un’esistenza “distratta”: insomma, è quello che deve essere un disco di vero blues.