Luka Zotti Forgotten Dream
2014 - Autoprodotto/Artist First
Zotti conosce la storia della musica, passata e recente, ha una visione sicura dell’esistenza e dell’arte, e la esprime con sicurezza, sostenuto da una scrittura lineare, che spesso crea testi dalle suggestioni poetiche, arrangiati con cura artigianale. La voce deve senza dubbio migliorare, soprattutto nella tenuta dei toni alti, che non risultano sempre all’altezza della situazione, ma le harmonies create con Virginia Lanfranconi sono evocative, come nel caso di Floated away, arricchita anche da una slide molto espressiva.
Le visioni di Zotti risultano più incisive quando i suoni si sostituiscono alla voce; valga per tutti l’esempio dell’intro strumentale di We could be one: quasi un minuto di viaggio onirico, fra chitarre e armonica, oppure quella della delicatissima So fine, love song in cui sembra avvertirsi il suono lontano di un didgeridoo, come un vento esotico che porta via i pensieri.
Non mancano i pezzi meno intimisti, come la title track e la traccia seguente, Raise the earth , con la chitarra ritmica in primo piano, ben sostenuti da una batteria e da percussioni precise e incisive di Paolo Benzoni, con il basso di Fabrizio Di Stefano in bella evidenza; anche il sax di Filippo Casati fa capolino qua e là nel disco, sottolineando i momenti più significativi. La versione deluxe, disponibile in digital download, contiene altri quattro brani: le versioni acustiche di “Floated Away” “We could be One” , “The sky was crying for me”, tutte con la partecipazione di Beth Wimmer, cantautrice statunitense, ma europea di adozione, e una cover live di “Words” di Neil Young, eseguita con la Luka Zotti Band.
L’effetto complessivo è quello di un lavoro interlocutorio per quanto riguarda l’uso della vocalità, ma contenente spunti molto validi e da sviluppare ulteriormente.