
Doug Macleod There\'s a Time
2013 - Reference Reordings
Ed eccoli lì, comodi sugli sgabelli, in cerchio e la storia incomincia.
É il racconto di un uomo dai capelli bianchi che ne ha viste di tutti i colori, conosciuto personaggi incredibili, sfidato il diavolo, corteggiato donne e scorrazzato per le highways americane, chiaro, no? Una storia che si fa sempre ascoltare.
Se poi è una voce così a raccontarla, profonda e pungente, vissuta ma ancora in gran forma anche nella sua estensione, accompagnata da quello slide graffiante, completamente aderente alla vibrazione dell’anima, che ancora fa venire la pelle d’oca, non ci si può distrarre. Almeno per i momenti suonati che rimangono di ottima qualità, dal country blues sofisticato di My Inlaws Are Outlaws e A Ticked Out, tradizionali marchi di fabbrica che un po’ ci aspettiamo volontariamente, fino a ballate vocali decisamente schiaccianti, come I’ll Be Walking On oppure East Carolina Woman.
Un po’ meno destinate a durare nel tempo dell’ascoltatore sono, invece, le tracce spokin’ , paradossalmente sulle quali andrebbe a centrarsi un lavoro come There’s a Time: belle parentesi di dialogo su Dio (Dubb’s Talking Religion Blues) ma, a volte, troppo lunghe per poter essere incisive nella riuscita di un album musicale, specie quando l’atmosfera è dilatata a un metronomo narcolettico e succede, ad esempio, in The Entitled Few.
Tutto sommato, Doug propone ancora un lavoro che sa brillare, con qualche momento in calo, un po’ più appoggiato. Ma, appunto, ribadisco il comodo sgabello, qualche acciacco è inevitabile e nell’ottica di non dover fare un disco da prestazione, glielo si concede fino in fondo.