Tedeschi Trucks Band

live report

Tedeschi Trucks Band Milano / Alcatraz

19/03/2017 di Giovanni Sottosanti

Concerto del 19/03/2017

#Tedeschi Trucks Band#Jazz Blues Black#Blues

io e il mio amico Carmine Pacia avevamo un conto in sospeso con la Tedeschi Trucks Band. Nel luglio del 2014 ci avventurammo fino a Brugnera, in provincia di Pordenone, dove nella splendida cornice di Villa Varda ci attendevano i coniugi Tedeschi-Trucks con la loro band, pronti per un concerto che si annunciava memorabile. Purtroppo un improvviso nubifragio con tuoni e fulmini di entità non indifferente causò l'annullamento del concerto, io e Carmine ci ritrovammo mestamente nella stanza del B&B, mentre la Germania demoliva per 7-1 il Brasile nella semifinale mondiale.

Oggi il nefasto ricordo è stato spazzato via e cancellato da un concerto che i fortunati presenti ricorderanno molto a lungo. Dodici elementi sul palco, due chitarre, due batterie, basso, tastiera hammond, tre coristi, tre fiati, un suono cosmico, pieno, totale, Derek Trucks signore e padrone assoluto degli assoli, la voce di Susan Tedeschi potente, nera, sporca, capace di coprire le tonalità più disparate con estrema disinvoltura. La band si muove all'interno di un meccanismo perfettamente collaudato, un insieme armonico in cui nulla stona, niente è fuori posto, la naturalezza assoluta e la padronanza con cui passa dal southern al soul, al blues, al rock, al gospel, al folk, al free jazz lasciano piacevolmente sbalorditi e senza fiato.

L'inizio è fulminante, tosto, tirato, Anyhow e Laugh About It rispondono presente all'appello per poi cedere lo scettro ad una The Letter semplicente devastante: luci, colori, un caleidoscopio sonoro che lancia la mente al galoppo attraverso praterie sconfinate, dove la chitarra liquida di Derek disegna assoli come solo nelle favole, il cantato singolo e corale sono puntuali e trainanti, come un treno lanciato in corsa sulla prateria.

Isn't A Pity mi racconta George Harrison ed il suo malinconico mondo, Made Up Mind riparte in quarta, potente e intrisa di soul, lo spettacolo sul palco cresce per pathos e intensità, si respira un'atmoafera quasi magica. Come Bound For Glory, una delle canzoni che meglio esprimono la filosofia musicale e di vita della band. C'è spazio per il free jazz di Miles Davis, poi la macchina da guerra riparte per l'assalto finale, chitarre sguainate e voci roventi, l'omaggio a B.B. King parla il linguaggio di How Blue Can You Get, un bluesaccio sporco e sgangherato, Right On Time suona bi bop, Freedom Highway raduna le Staples Singers in un canto gospel nero e gioioso.

Had To Cry Today dei Blind Faith spara gli ultimi assoli torridi, infuocati e lunghissimi, Derek suona con estrema naturelezza e dopo quasi due ore di concerto inizio seriamente a pensare che, oltre ad essere un marziano sceso stasera sulla terra con una chitarra al collo, sia muto, niente, neanche una parola, accenna un sorriso, suona chino sulla chitarra, poi saluta e se ne va, resta Susan con la sua generosa scollatura a ringraziare e ad ascoltare l'entusiasmo del pubblico I feel I'm bound for glory Can you feel it? Bound for glory Can you feel it? Glory bound.

Foto di: Marcello Matranga