Orso d’Argento per la miglior regia al 56mo Festival del Cinema di Berlino, “The road to Guantanamo”, di Michael Winterbottom e Mat Whitecross: per la serie “come continuare ad essere indifferenti dopo un’esperienza del genere?”. Qui la realtà rappresentata è stata per troppo tempo nascosta agli occhi del mondo intero. Guantanamo diventa così un non-luogo dove i più universali diritti umani non hanno cittadinanza. E solo la tragica storia di quattro ragazzi britannici, di origine pakistana, ci dà il non-senso di questa base americana, fondata nel 1898 e situata sulla punta sud-ovest di Cuba, diventata dopo l’11 settembre 2001 un supercarcere per sospetti terroristi islamici. E diventata per tre dei quattro giovani amici (Asif, Ruhel e Shafiq) un’ingiustizia colossale. Nel 2001, Asif Iqbal si reca da Tipton, città natale in Inghilterra, in un villaggio pakistano nel Punjab, per convolare a nozze con la sua promessa sposa. E come testimoni chiama anche i suoi tre migliori amici. Si ritroveranno tutti a Karachi, dove in una moschea l’Imam sta organizzando una spedizione di volontari per portare aiuto alle popolazioni dell’Afghanistan, in procinto di essere bombardato dalle forze americane in guerra con i Talebani. Ecco allora l’inizio della fine per i quattro giovani inglesi, desiderosi di fare una nuova esperienza per cercare di dare una mano ai tanti civili afgani. Ma ben presto, lì nella terra del Mullah Omar, la situazione precipita. Asif e compagni, consapevoli di non essere poi tanto d’aiuto alla gente di Kabul o di Kandahar, decidono di prenotarsi un viaggio di ritorno verso il Pakistan. Sarà il viaggio più lungo e difficile della loro vita, che li porterà lontani da casa per ben due anni, anni di torture fisiche e psicologiche, rinchiusi nel supercarcere americano di Guantanamo, scambiati per pericolosi terroristi pronti ad immolarsi in nome della Jihad islamica. Uno di loro, Monir, non ce la farà nemmeno ad arrivare nella base militare americana a Cuba, persosi chissà dove, morto chissà dove. “The road to Guantanamo” è un’opera lucida, ben girata nella ricostruzione filmica delle tragiche vicende narrate, con le interviste ad Asif, Ruhel e Shafiq a darci quel senso di autenticità, qualora le immagini non avessero scalfito ancora la nostra soglia di sopportazione. Al buio della sala continuiamo a chiederci se è tutta vera la storia cui abbiamo assistito, e la nausea per aver preso coscienza di un mondo che poi “tanto un bel posto non è”, come ci confessa Asif Iqbal, è assordante come la musica heavy-metal ad altissimo volume cui venivano (e vengono) costretti i prigionieri di Guantanamo Bay. Da brividi la sequenza del bombardamento nella notte afgana, paradossalmente tragica nel suo somigliare maledettamente ad una normale (ed innocua) festa di fine anno. Con centinaia di morti ammazzati, però.